Alessandro geraldini e IL suo tempo



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ALESSANDRO GERALDINI

E IL SUO TEMPO

Atti del Convegno storico internazionale


Amelia, 19-20-21 novembre 1992

a cura di


ENRICO MENE5TÒ

a

CENTRO ITALIANO DI STUDI SULL’ALTO MEDIOEVO



SPOLETO


ISBN 88-7988-540-5

prima edizione: dicembre 1993


© Copyright 1993 by «Centro Italiano di studi sull’AJto Medioevo ». Spoleto and by « Centro per il collegamento degli studi medievali e umanistici in Um­bria », Spoleto.


Nel 1992, anno del V Centenario della scoperta dell’America, il Comi­tato Alessandro Geraldini, costituito da Comune di Amelia, Regione del­l’Umbria, Provincia di Terni, Diocesi di Terni Narni e Amelia, Azienda di Promozione Turistica dell’Amerino, ha realizzato una serie di iniziative culturali per la migliore conoscenza del ruolo svolto da mons. Alessandro Geraldini di Amelia, Primate della Chiesa Cattolica in America.

Dal 19 al 21 novembre si è tenuto in Amelia il Convegno Storico Internazionale «Alessandro Geraldini e il suo tempo» con la curatela scien­tifica di Enrico Menestò.

Gli atti stampati dal CISAM di Spoleto sono il risultato concreto di un vasto impegno scientifico attraverso il quale la figura di mons. Alessandro Geraldini ha trovato pieno riconoscimento all’importante ruolo svolto nella scoperta del Nuovo Mondo.


Indice


RELAZIONI

GABRIELLA AIRALDI, Le corti d’Europa tra XV e XVI Secolo…pag.5




MASSIMO MIGLIO, La curia papale tra XV e XVI se­colo.………pag.13


RITA CHIACCHELLA, L’Umbria e Amelia al tempo di Alessandro Geraldini …………………………………… pag. 27

MARIO SENSI, La famiglia Geraldini di Amelia………………..pag. 42.




FRANCO CARDINI, La via delle Indie tra immagina­rio e conoscenza alla fine del XV secolo…………………………………………pag. 67


ROBERTO M. TISNÉ5, Alessandro Geraldini e la dife­sa degli “Indios”

pag . 76
MAURO DONNINI, Alla scuola di Grifone di Amelia maestro di Alessandro Geraldini…………………………………………………pag. 95


MASSIMO OLDONI, Alessandro Geraldini scrittore…………….pag. 119

ANNAMARIA OLIVA, Alessandro Geraldini e la tradi­zione manoscritta dell’«Itinerarium ad regio­nes sub aequinoctiali plaga constitutas ». pag. 132

GIORGIO BRUGNOLI, Il nuovo mondo come locus amoenus in Alessandro Geraldini………………………………………………..pag. 158

ENRICO MENESTÒ, Fra Bernardino Monticastri e Cristoforo Colombo



pag. 166

ROBERTO RUSCONI, Escatologia e conversione al cri­stianesimo in Cristoforo Colombo e nei primi anni della colonizzazione europea nelle isole delle « Indie »………………………………………..pag. 176


TERESA CIRILLO SIRRI, Il vescovo Geraldini e la questione dei cannibali

pag. 216




LOUIS VEREECKE, Antropologia dell’« Indio » in Spagna nella prima metà del XVI secolo………………………………….pag. 243

GIOVANNA ARDESI, Alessandro Geraldini, il politico della crisi della chiesa………………………………………………..pag. 261


UMBERTO BARTOCCI, Colombo e Copernico Alle origini della scienza moderna…………………………………………….pag. 265




JOHN EASTON LAW, Alessandro Geraldini and the Tudor Court (1501-1518)………………………………………………..pag. 270

GABRIELLA AIRALDI



Le corti d’Europa tra XV e XVI secolo

1. «Così si avvicinarono l’uno all’altro e, quando furono vicini, spronarono i cavalli come fanno due cavalieri quando vogliono combattere con la spada; ognuno mise mano al pro­prio copricapo e così contemporaneamente si abbracciarono e baciarono molto delicatamente; poi scesero da cavallo e di nuovo si abbracciarono. Poi si presero sottobraccio per en­trare nel bel padiglione rivestito di drappi d’oro... ».

Agli albori dell’età moderna il medioevo non è morto. Tornei e giostre fanno da cornice al Campo del Drappo d’O­ro, all’incontro avvenuto il giorno del Corpus Domini 1520 tra Francesco I di Francia, che proviene dal villaggio di tende innalzato tra broccati d’oro e fiordalisi alle porte di Ardres ed Enrico VIII, che giunge dall’altrettanto dorata e provvisoria residenza di Guines, non lontano dall’ancor inglese Calais; due giovani re, che rappresentano soltanto nella loro persona la garanzia dell’esistenza di uno stato. Nella concezione do­minante e nella realtà del tempo è il principe, infatti, il pro­tagonista della scena europea. Saggio come un buon pater fa­milias nel difendere il suo popolo dalle pretese degli aristo­cratici, attento nel custodire le leggi, forte nel capitanare gli eserciti, giusto nell’amministrazione dei beni: così amano ve­derlo umanisti come Erasmo, intellettuali in cerca di prote­zione. E come un triumvirato di semidei appaiono i sovrani dipinti dal Castiglione nel suo Cortegiano: il « cristianis­simo» Francesco, Enrico Tudor « defensor fidei » e il « catto­lico» Carlo d’Asburgo, uomini che hanno in pugno i destini del mondo.

Una metamorfosi essenziale aveva segnato il quadro euro­peo nelle decadi precedenti e seguenti l’impresa colombiana: nel settore occidentale d’Europa erano emerse superpotenze destinate a ridimensionare o a cancellare le potenze dell’età medievale.

I primi a rendersene conto erano stati gli uomini d’affari italiani, genovesi e fiorentini soprattutto; ma tutte le compo­nenti della « repubblica internazionale del denaro » avevano colto al volo i caratteri del mutamento e avevano subito coordinato iniziative e capitali sulle istanze emergenti. Con­cluse le guerre nazionali, i grandi paesi occidentali si erano progressivamente rafforzati. Attraverso una modernizzazione del sistema, giocando tra borghesia e feudalità, le Corone tut­te tendevano all’accentramento dei poteri; accettavano con sempre maggior ampiezza il capitalismo e si appoggiavano alle innovazioni tecnologiche necessarie per potenziare eser­citi e flotte; rafforzavano gli intrecci diplomatici per consoli­dare antiche, troppo fragili alleanze matrimoniali. Infine, per­dute ormai le tradizionali vie delle spezie, abbandonata ogni idea di crociata mediterranea, lasciato libero spazio all’espan­sione turca, questi paesi si aprivano definitivamente, con le spedizioni atlantiche, all’idea d’un’Europa intesa soprattutto come « pars occidentis ».

Nel quadro di un’espansione che rivela un’illimitata ten­sione, la scoperta diventa elemento essenziale per ricomporre ancora una volta la fisionomia politica ed economica dell’Eu­ropa. Tocca, dunque, alle Corone occidentali esser protagoni­ste di operazioni che, spostando in termini reali e culturali il centro del mondo oltre il Mediterraneo, aprono in ogni senso l’età moderna.

Così il « topos anomoiotetos » di Platone diventa palestra per l’affermazione dei grandi stati emersi dal frazionamento medievale e l’Oceano prende spazio sempre maggiore nella cartografia, mentre s’afferma una cultura nuova, che è il ri­sultato dell’incontro di elementi convergenti: il portolano me­diterraneo e le tavole astronomiche, il diritto e gli usi marit­timi, la bussola e la caravella, l’assicurazione e i manuali di mercatura.
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2. « Il giorno della conversione di San Paolo, mio figlio fu unto e consacrato nella Chiesa di Reims; per questo sono molto grata e obbligata alla misericordia divina, dalla quale sono stata ampiamente ricompensata di tutte le avversità e gli inconvenienti, che mi sono capitati nel fiore della mia giovinezza ». Il medioevo torna a vivere nelle parole di Luisa di Savoia, madre di Francesco di Valois-Angouléme, salito al trono di Francia il 25 gennaio 1514.

La cerimonia della Sacra Unzione, che colloca il re sul pia­no sacerdotale, ne fa per il mondo il tramite tra terra e cielo. Francesco riceve l’olio dell’ampolla recata, secondo la leggen­da, da un angelo al momento del battesimo di Clodoveo più di mille anni prima, indossando una veste che ricorda la dalma­tica del suddiacono e guanti simili a quelli d’un vescovo. Poi, circondato da dodici pari laici ed ecclesiastici e da una rap­presentanza delle componenti del suo popolo, il principe, che ha giurato d’operare per il bene comune e per la pace, di cu­stodire le leggi, di proteggere la Chiesa e di combattere l’ere­sia, di difendere sempre il suo popolo, viene acclamato: « Vi­vat rex! ». Attraverso questo rito egli diventa anche titolare d’un privilegio particolare: re taumaturgo, con la sola imposi­zione delle mani, egli potrà guarire gli scrofolosi.

Il regno di Francia, cresciuto sull’antica Ile de France ad accogliere nel tardo Quattrocento Provenza, Normandia e Borgogna (nel 1532 si aggiungerà la Bretagna) ha seguito una ben precisa dinamica storica, che da secoli ne ha fatto uno dei cardini della storia europea. Nella stragrande mag­gioranza vocati alla terra, i Francesi inclinano al mare per le settoriali esperienze di Provenzali, Bretoni, Normanni. E il commercio e la finanza, al di là delle ormai lontane fiere di Champagne e del più recente mercato finanziario di Lione, si muovono ancora soprattutto per la spinta dei « Lombardi », gli italiani che nel medioevo hanno fatto di queste attività strumento determinante della loro presenza nel mondo e mo­tore silenzioso d’ogni progetto di espansione. Non stupisce, quindi, che a condurre la prima impresa oltreoceanica di fa­ma per conto della Corona francese sia un fiorentino (pur se naturalizzato francese): Giovanni da Verrazano, che compie il suo viaggio durante il regno di Francesco I, nel 1525.
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« Se io volessi descrivere — dice il cronista — tutta la fati­ca, il lavoro e l’attenzione che sarti, ricamatrici e orefici de­dicarono a ideare e a eseguire sia gli ornamenti per i lords, le dame, i cavalieri, i gentiluomini di campagna sia per le gualdrappe, i finimenti e gli ornamenti dei cavalli, mule e pa­la freni, il racconto sarebbe troppo lungo; ma in verità, nulla di più ricco, di più elaborato e maestoso di quanto predispo­sto per questa incoronazione fu mai visto... »

Era stata la Vergine stessa — secondo la tradizione — a consegnare a Thomas Becket l’olio destinato all’unzione dei re inglesi. E con quell’olio a Wenstminster, davanti ai « gran­di » del regno il 23 giugno 1509 l’arcivescovo di Canterbury consacra re d’Inghilterra «il signor Enrico, principe di Vuaglia,­ nel quale» -- come scrive Baldassarre Castiglione — « par che la natura abbia voluto far prova di se stessa collocando in un corpo solo tante eccellenze». Se, come ha scritto giu­stamente Roberto Lopez, sono le monarchie più feudalizzate quelle che danno all’Europa i primi stati nazionali, questo cavaliere appassionato di tornei e di cultura, ne governa il modello.

Ma, dopo secoli d’una storia, tutta giostrata sulla premi­nenza d’una politica continentale e d’una economia agraria e pastorale, chiuse le guerre dei Cent’Anni e delle Due Rose, tocca proprio alla dinastia Tudor operare una graduale con­versione di sistemi, passando da un sostanziale distacco dalla politica europea all’atto di supremazia; da un accentuato pro­tezionismo alle prime battute di un programma marittimo; dalle prime e occasionali lettere patenti concesse da Enrico VII a Giovanni Caboto (un altro italiano, non casualmente) sulla scia dei « merchants adventurers », fino alla fioritura completa dell’età elisabettiana, quando Ralegh e Drake faran­no delle isole britanniche una potenza marittima invincibile sul mare.


3. « Supra litus oceani maris » — aveva scritto Orderico Vi­tale già nel XII secolo — volevano giungere tutti i popoli eu­ropei del suo tempo. Tutti, con maggiore o minore impegno tendevano verso l’Oceano, quel « mare tenebroso » che la cul­tura tradizionale continuava a definire non navigabile (e quindi inconoscibile); e naturalmente più degli altri lo cerca­vano quei popoli che ne abitavano le coste e che ne vivevano la realtà fisica come espressione costante di fecondità. Anche se vivere sul mare non vuol sempre dire vivere del mare, l’i­ninterrotta attività marittima dei popoli costieri — normanni, bretoni, cantabrici, portoghesi — la grande pesca d’altura di balene e baccalhaos, le saline e i polders, l’epopea guerresca degli uomini del Nord verso le Americhe e verso Kiev e Novgorod, gli «immrama», il seafer e il Beowulf , la leggen­da di San Brandano ci riconducono al ruolo determinante che guerrieri e missionari, marinai e pescatori ebbero nell’a­pertura degli orizzonti.

La lunga consuetudine dei rapporti tra Ebrei, Cristiani e Saraceni in Algarve e in Andalusia, le iniziative dei genovesi, che già nel 1113 costruivano navi per il vescovo di Santiago di Compostela e, alla fine del Duecento, aprivano la rotta tra Mediterraneo e Atlantico verso il nord, sono gli evidenti pre­supposti dell’essenziale molo d’intermediazione svolto dall’a­rea geografica liminare al grande Oceano sconosciuto, che si dispiega completamente nel corso del Quattrocento.

Nel 1572 vede la luce a Lisbona Os Lusiadas. Rievocazio­ne del viaggio compiuto da Vasco da Gama a Calicut tra il 1497 e il 1499 e al tempo stesso saga dei Portoghesi, questo poema d’ispirazione limpidamente ideologica, nel quale mille frammenti d’una inafferrabile storia appaiono in sequenza ordinata, risponde perfettamente alle ormai consolidate scelte d’una Corona che, sul contrappunto obbligato del mare, ha costruito il suo impero, ridisegnando su di esso la crescita della propria economia e l’identità della nazione. Non a caso già nel secolo precedente Nuno Gonqalves aveva ritratto nel polittico di San Vicente i fondatori dell’impero: l’infante Enri­co, Alfonso l’Africano e, ancor fanciullo, colui che sarà defi­nito il « principe perfetto » — Giovanni II — sullo sfondo una decorazione ispirata al mare. E sempre alla complessa vicen­da marittima si ispira la « janela » di Santa Maria della Vito­ria a Batalha, intrecciata di madrepore, tentacoli, vele e corde.

Questa corte che, prima tra tutte in Europa, fa del mare un’impresa economica e, al tempo stesso, la chiave di lettura della propria immagine, diventa necessariamente il simbolo d’un’originale lettura del mondo. « Talant de bien faire » reci­ta il motto sullo stemma di Enrico il Navigatore, l’Infante al quale la storia riconosce il ruolo di primo garante dell’espan­sione portoghese. E Lisbona, punto obbligato di transito nel quadro dei traffici internazionali, rivela nel suo stemma che il mare costituisce elemento di fondo della sua identità. I corvi e la nave ricordano infatti l’antica leggenda, secondo la quale il corpo di San Vincenzo, il santo caro ai marinai in pericolo, era giunto su una nave senza timoniere, scortata da un volo di corvi. E la precoce presenza di genovesi «sabedo­res de mar», titolari dell’ammiragliato portoghese fin dal 1317, non può esser disgiunta dalla precisa notizia, relativa a Cristoforo Colombo che fa del Portogallo la prima tappa del­la sua grande avventura.


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Il 13 dicembre 1473 un palco sormontato da un trono è innalzato nella « plaza mayor» di Segovia e, nello sventolare degli stendardi reali, al tradizionale grido « Castilla, Castilla! Real por el rey don Fernando e por la reyna su muger pro­prietaria de este reyno », Isabella diventa regina di Castiglia. Dopo che i presenti le hanno giurato fedeltà e obbedienza baciandole la mano, la regina, in groppa ad una giumenta riccamente bardata, si dirige verso la chiesa. Davanti a lei Gutierre de Cardenas porta una spada snudata, tenuta per la punta all’uso di Spagna « a dimostrazione » — dice il cronista — « che sarebbe toccato a lei giudicare e punire ». Subito nac­quero mormorii tra coloro che pensavano che una donna non poteva giudicare e che perciò sarebbe toccato regnare al marito. Ma lo stesso cronista precisa: « ciò avviene di regola, ma ne sono esenti regine, duchesse e donne titolari di signo­rie feudali, alle quali per diritto ereditario spetti di esercitare il mero e misto imperio ». Difatti, con quella spada sguaina­ta, quella corona e quello scettro, simboli del potere che, trasmessole dal popolo, le veniva però direttamente da Dio, Isa­bella avrebbe amministrato la giustizia, combattuto eretici e devianti, rappresentato e difeso il suo popolo; ed è noto che ella applicò con il massimo scrupolo le regole proprie del suo ruolo.

Dicono i cronisti che il carattere di Isabella fu tale che in nessun momento della vita ella rivelò cedimenti e paure. Benché attenta alle cose religiose, ella amava il rigore più della pietà; era molto attaccata alle forme e le piaceva farsi servire da quei « grandi » che l’avevano osteggiata nella lunga guerra di successione. In realtà la regina, donna temprata da una giovinezza tormentata, faceva un po’ paura a tutti. Lo ri­corda ancora Baldassare Castiglione che nel Cortegiano ne parla — unica donna tra tanti uomini — ricordandone, oltre al forte istinto autoritario, « la divina maniera di governare, che parea quasi solamente la volontà sua bastasse perché senz’al­tro strepito ognuno facesse quello che dovea, tal che a pena osavano gli uomini in casa sua propria e secretamente far cose che pensassino a lei dovessero dispiacere ».

« Emperadores e reyes son comenzamiento y cabeza de los reynos »: Isabella fu profondamente consapevole del signi­ficato delle parole volute da Alfonso X nelle Siete Partidas e lo dimostrò nel corso di tutta la vita. Quando sposò segreta­mente, tra gravi rischi e senza il consenso del fratello e la di­spensa papale necessaria per un matrimonio tra consangui­nei, il bel Fernando d’Aragona, ella ne veniva dall’aver stipu­lato con lui le capitolazioni di Cervera, per le quali soltanto lei sarebbe stata, anche dopo le nozze, la « reyna proprieta­ria » di Castiglia. E la sua linea di comportamento si man­tenne costante nelle difficoltà successive e si manifestò piena­mente quando, dopo la morte improvvisa di Enrico IV, ta­gliando corto ad ogni tradizione, ella assunse con estrema ra­pidità il ruolo di “alma e cabeza del reyno”. Isabella non at­tese, infatti, i tradizionali nove giorni di lutto né il rientro del marito, impegnato nelle defatiganti vicende aragonesi. Né la sfiorò il ricordo dell’unzione del Visigoto Wamba a Toledo, alla quale sempre si sarebbero richiamate la corone spagnole o quello del rito, che a Burgos aveva seguito Alfonso XI: do­po una veglia d’armi, vestito di panni regali ornati di stemmi d’oro e d’argento, il principe era salito su un cavallo e, ac­compagnato dalla moglie, s’era recato alla cattedrale. Qui, dopo averlo unto sulla spalla destra, i vescovi l’avevano bene­detto ed egli s’era posto in capo la corona e aveva incoronato la regina; poi, tra feste e tornei, aveva compiuto i primi atti di re.

Invece — dice il cronista — l’ascesa al trono di Isabella avrebbe ricordato piuttosto il caso clamoroso del bastardo di Alfonso XI, quell’Enrico che aveva dato origine alla dinastia Trastamara.

Ma se la tradizione castigliana getta in prima linea la donna regina, facendone per quei tempi un’antesignana ed el­la, attraverso la concordia di Segovia con Fernando, sa ben difendere la sua preminenza in Castiglia, solo alla fine della lunga guerra di successione con il Portogallo, la Spagna, un paese di oltre otto milioni di abitanti in un’Europa che nep­pure toccava i quaranta, legando la forte istanza militare de­gli « hidalgos » con le nuove tensioni marittime, avrebbe ac­quisito quel molo di potenza che ne avrebbe fatto un’attratti­va irresistibile per chi cercava fortuna. Antagonista di Porto­gallo e Francia, ai quali già ai primi del Cinquecento conten­de il primato sui mari e in Europa, la Spagna è al centro delle cronache del tempo, riempie le pagine dei testi mercan­tili, diplomatici, letterari. Siviglia diventa un punto di riferi­mento imprescindibile per l’economia mondiale, l’oro e l’ar­gento americani s’avviano a diventare il perno della gestione delle guerre europee; la corte di Isabella si propone come una corte aperta alle istanze dei tempi nuovi.

Rileggendo il testamento della regina, nell’esperienza statuale che esso rivela, nelle varie questioni interne ed esterne che esso illumina, si ripercorre la vicenda d’un paese che, proprio dall’età dei Re Cattolici, fa la sua comparsa al centro dell’attenzione mondiale.

Sicché, non a caso, nella galleria dei ritratti dell’epoca campeggia quest’immagine di donna. La sua corte divenne infatti il più ambito rifugio non solo per chi come Colombo progettava nuovi spazi di vita, ma anche per quegli intellet­tuali che, sensibili alla suggestione del potere, si moltiplicava­no attorno a lei, che con le sue dame e i suoi figli, studiava il latino secondo la moda del tempo: come Lucio Marineo Si­culo o Pietro Martire d’Anghiera, che avrebbe cantato per primo le lodi dell’impresa al Nuovo Mondo; o come i fratelli Geraldini.

Così, nella fondazione del mondo moderno si ripropone con forza la valenza intrinseca ad un potere di origine divina che spetta soltanto ai re, non ai piccoli principi italiani che, pur nei loro splendidi palazzi, non sono davvero in grado di tener il passo col mondo che cambia.
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« Credeano i principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che ad un principe bastasse negli scrittoi pensare un’acuta risposta, scrivere una bella let­tera, mostrar ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sa­per tessere una fraude ... » Così il Machiavelli scrive ne L’arte della guerra.

Maestri nel sapersi muovere con duttilità su un piano inter­nazionale vario e frazionato nel medioevo, sul far del Cinque­cento gli italiani franano sul piano politico per una conduzione dei loro affari interni sempre più inadeguata al mutare dei tem­pi. L’antica e radicata attitudine alla cura del « particulare » aveva contribuito a destabilizzare qualsiasi ipotesi di assetto po­litico che non fosse quello di una temporanea quiete; così la « concordia discors », nascosta solo in parte dagli equilibri abil­mente giostrati dagli elementi preminenti del quadro italiano (Milano, Firenze, Venezia, il Regno napoletano e la Chiesa) ap­pare la ragione di fondo in base alla quale le potenze europee, sistemate le questioni pendenti al loro interno e guadagnati progressivamente ai propri meccanismi le tecniche e i capitali forniti dagli italiani, guarda alla penisola come ad una facile area di conquista; e la piccola corte d’Urbino, tanto cara a Bal­dassarre Castiglione, diventa soltanto l’esempio per costruire una « corte formata di parole ».

MASSIMO MIGLIO




La curia papale tra XV e XVI secolo*

Voglio raccontare un sogno.

È il sogno di un umanista che, nei primi anni del Quat­trocento, è a Roma per cercare impiego in curia. È l’alba, dall’alto di una montagna, forse Monte Mario, guarda verso la valle, dove una cloaca emana vapori mefitici di decompo­sizione e di morte. Le piogge hanno trasformato tutto in fan­go e nel fango una moltitudine dal volto e dall’aspetto umano ma con piedi di toro e con code di setola. Vicino, in una grotta, un altro gruppo, altrettanto numeroso, ma di aspetto gentile, con volti di fanciullo e corpo lanoso, come quello delle pecore. I fanciulli si lasciano stringere dagli altri e li se­guono docilmente. Una voce dall’alto spiega che il Padre cele­ste, nella sua suprema giustizia, ha voluto che la perfidia dei malvagi si abbrutisse come quella degli animi. Una schiera armata di negri circonda la valle con spade sguainate, fruste di frassino,asce, archi e frecce. Con queste uccidono i mostri semiumani, massacrano e sventrano i peccatori, dalle vicere di uno dei giovani è strappato un bambino, i nergri frugano tra i corpi smembrati, strappano altri neonati e li divorano schiacciandoli tra i denti.

I segnali sparsi nel testo, alcuni di ispirazione iconografica che non ripercorro in questo momento, e quando lo stesso autore ci dice

* Ho raccolto, per la preparazione dell’intervento, alcune mie precedenti riflessioni in margine a un tema tanto vasto come quello della corte di Ro­ma e per alcuni aspetti ancora poco verificato. Ho preferito mantenere so­stanzialmente inalterato il contributo per gli Atti, e da questo dipende il to­no discorsivo. Alla bibliografia citata debbono fari da quadro di riferimento:

P. PARTNER, Renaissance Rome 1500-1559..., Berkeley-Los Angeles-London 1976; J. F. D’AMICO, Renassance Humanism in Papal Rome. Humanist and Churchmen on the Eye of the Reformation, Baltimore-London 19912; C. L. STINGER, Renaissance in Rame, Bloomington 1985; i diversi contributi regi­strati in “RR. Bibliografia e note”, 1985 e seguenti; e gli Atti del Convegno Roma capitale (1447-1527)(San Miniato, ottobre 1992), in corso di stampa.




(l’autore è il bresciano Bartolomeo Bayguera, scacciato dalla sua città per contrasti municipali, e in cerca a Roma di fortuna, tra fine Trecento e inizi Quattrocento, ma il testo viene letto pubblicamente a Brescia, intorno al 1430), tutti i segnali e la esplicita dichiarazione dell’autore « de quo­dam mirabili somnio contra sodomitas» dicono che il sogno non è altro che la trasposizione dei pericoli della vita in cor­te a Roma. Il peccato segnalato è quello della sodomia1.

Il racconto, espressione di un personaggio sicuramente le­gato all’ambiente papale, può introdurre alcuni elementi di un discorso sulla curia tra Quattrocento e Cinquecento: l’at­trazione della corte, composta in gran parte di personale non romano, proveniente da tutta Italia e da tutta Europa, una corte che è stata giustamente definita un’aristocrazia univer­sale; una realtà aperta alle diverse componenti sociali2, al cui interno italiani e forenses tenderanno a costituire delle di­nastie, con la trasmissione degli incarichi da padre in figlio, soprattutto dal momento della vendita degli uffici.

L’autore dell’Itinerarium romanum è espressione di una famiglia mercantile; in altri casi le componenti sociali sono diverse, ma sempre prevalenti gli italiani. Tra 1471 e 1527 il 60% circa del personale di curia è costituito da italiani. La stessa cosa si può dire anche per il ceto cardinalizio: il 60%, sempre tra 1471 e 1527, è di italiani. La percentuale aumenta ancora di più per il gruppo, all’interno dei curiali, che ha sempre avuto, soprattutto in questo secolo, una funzione ege­mone, quello dei segretari apostolici. In questo caso la per­centuale di italiani raggiunge circa l’80%3 .

All’interno della curia, proiettata non solo su l’intera Ita­lia, ma su tutto il territorio europeo, non in quanto espres­sione della struttura amministrativa dello stato della Chiesa, ma in quanto espressione della universalità della Chiesa stes­sa, si formano delle vere e proprie dinastie familiari di curiali. L’esempio dei Geraldini è uno dei più significativi in que­sto senso, e il libro di Peterson dedicato ad Angelo Geraldini ha chiarito quest’aspetto in maniera molto precisa4. Ma si potrebbero fare altri esempi: i Maffei di Volterra, i Cortesi di San Gimignano, gli Accolti, i Capranica e anche i Della Rove­re e i Piccolomini; famiglie che mantengono un legame con il luogo di origine, ma che a Roma contribuiscono a creare un ambiente sostanzialmente nuovo; che realmente costituiscono un’aristocrazia internazionale e costruiscono anche una cul­tura di segno nuovo. La corte di Roma (e la curia, ma il di­scorso andrebbe qui specificato: la curia è nella corte) è sicu­ramente in questo momento la corte per antonomasia. In es­sa si cerca una stretta integrazione tra aristocrazie locali e curia; è stato detto che si raggiunge anche un compromesso politico, ma per questo aspetto bisognerebbe verificare di vol­ta in volta.



La corte romana è certo atipica rispetto ad altre. Una di­versità che nasce dalla commistione di spirituale e temporale; dalla necessità di una sua proiezione su Roma e sullo Stato della Chiesa, ma anche su l’intero ecumene; dalla sua compo­sizione internazionale, ma insieme anche dal suo forte radi­camento nelle realtà sociali italiane; dalle necessità pontificie di rapporti politici con l’intera realtà italiana ed europea, che presupponeva un articolato sistema di relazioni capace di confrontarsi con le diverse articolazioni di potere delle altre entità politiche. In questa dimensione Roma è, per quanto ri­guarda l’Italia, per tutto il Quattrocento e per i primi decenni del Cinquecento, il centro di un gioco politico complesso e delicato che trova nella stessa curia uno dei suoi referenti. La corte romana finisce per essere l’occhio e l’orecchio, da dove si vede e si ascolta quello che succede nel mondo e dove si tenta di pianificare gli interventi a difesa degli interessi pon­tifici, utilizzando al meglio le conoscenze del personale co­smopolita che compone gli uffici. Cortigiani, curiali, munici­pali, forenses costituiscono altrettante componenti, per tempi più o meno lunghi, di questa comunità, con interessi diversi da difendere a seconda della loro provenienza, delle proprie biografie personali, della propria cultura e delle proprie pro­fessioni. La città è luogo di dibattito, la corte di mediazione, la curia di decisioni.

Dicevo prima che l’esempio dei Geraldini è, in qualche modo, un modello significativo e paradigmatico5. La fortuna curiale era cominciata con Angelo, che dà il segno all’impe­gno curiale anche degli altri Geraldini. In curia e al di fuori della curia, dal momento che l’elemento più significativo del­la sua biografia è legato agli incarichi diplomatici. Angelo ha attraversato l’Europa, ha mantenuto rapporti politici con il Mezzogiorno d’Italia, con la Spagna, con la Germania e con le terre danubiane. Ma la sua biografia è anche un modello per capire quale sia il senso di questa nuova cultura curiale: la formazione giuridica negli Studia, prima a Siena, poi a Pe­rugia; l’impegno diretto, e anche questo è un elemento im­portante e significativo, nel mondo universitario; l’attenzione ai Collegi che gli derivava da Domenico Capranica, fondatore del Collegio Capranica a Roma. Cooptato proprio da Dome­nico Capranica che lo aveva ascoltato in una disputa univer­sitaria a Perugia, anche in questo costituisce un modello a indicarci come avveniva, spesso, il reclutamento del persona­le di curia. Formazione giuridica ma strettamente integrata con la cultura di tipo umanistico, recepita tramite l’insegna­mento grammaticale e retorico, oltre che di maestri locali (e non sarà mai messa sufficientemente in rilievo l’importanza che hanno, ancora nel Quattrocento, gli insegnamenti gram­maticali all’interno dei comuni), di Francesco Filelfo. È l’inte­grazione tra formazione giuridica e cultura umanistica che porta alla formazione di una cultura nuova: uno dei valori più forti della nuova cultura curiale. Ma l’esemplarità della biografia del Geraldini è anche nei rapporti da lui avuti con il resto d’Europa e nella funzione che la sua presenza in cu­ria assume per la formazione di una verea e propria dinastia curiale, che è possibile seguire nella sua evoluzione 6. Angelo aveva cominciato come segretario apostolico nel 1455, era di­ventato abbreviatore con Caflisto III, datario con Pio II e re­ferendario nel 1472. Nel frattempo era stato nominato vesco­vo di Sessa Aurunca e poi vescovo non residente a Stettino, in Polonia7. Esemplare è anche la preoccupazione di Angelo di creare le premesse per la collocazione dei componenti del­la sua famiglia in uffici curiali o pubblici dell’amministrazio­ne pontificia, favorendo la loro formazione culturale e pro­fessionale attraverso « studia utriusque iuris et eloquenciae ». Nasce con Angelo una famiglia curiale, che continuerà con Camillo, abbreviatore apostolico dal 1457 al 14798; con Aga­pito, che alla morte di Camillo divenne abbreviatore apostoli­co, quindi segretario apostolico, segretario personale di Cesa­re Borgia, vescovo di Siponto dal 15009; con Antonio, proto­notario apostolico; con Angelo il giovane, notaio apostolico dal 1597, e fors’anche con Aloisio, abbreviatore apostolico dal 147210, oltre che con Alessandro, primo vescovo residente della diocesi di Santo Domingo.

Una famiglia di curiali che, a quello che sembra di capire, continua a mantenere rapporti con Amelia, fa di Roma il centro della propria ascesa sociale, è attiva in una dimensio­ne europea sulle scene politiche più importanti del momento. È un rapporto sicuramente stretto che si stabilisce con la corte romana, non sempre però in tutti i suoi esponenti di dipendenza ideologica passiva, che può essere considerato anche in questo caso esemplare e paradigmatico per capire, negli anni, gli atteggiamenti degli uomini di corte rispetto al potere pontificio; rapporto dialettico e in qualche caso con­trastato, non appiattito a una supina omologazione.



La curia e Roma divengono la seconda patria. Da parte degli umanisti vi è una lunga teorizzazione della duplex pa­tria all’interno della curia romana. Il tema era stato sviluppa­to da Coluccio Salutati e Leonardo Bruni; troverà esplicito ri­ferimento e ideologia politica e culturale, qualche decennio più tardi, in un’altra dinastia di curiali, quella dei Cortesi, quando sarà calato in un delicato rapporto politico tra Roma e Firenze11. La prima patria è quella naturale, la seconda Roma e la corte.

La più esplicita teorizzazione in proposito è di un perso­naggio di assoluto rilievo come Poggio Bracciolini, che indica bene il rapporto, che non è mai tranquillo, tra l’individuo e la curia stessa. La riflessione di Poggio, che confronta Roma con altre corti, è importante perché nel confronto sono da lui ridimensionati alcuni caratteri della sua “eccezionalità”, tanto da farne una corte come le altre, della quale non nasconde però la diversità, e di cui coglie i meccanismi psicologici. La corte non è per lui un corpo separato dal tessuto sociale, non è un organismo indenne da quanto accade al suo esterno e proprio per accogliere persone provenienti da realtà diverse finisce per recepire anche gli aspetti negativi di queste realtà. L’epistolario di Poggio è denso di riferimenti alle difficoltà, ai contrasti e ai dubbi di quanti vivono in curia. Ad esempio al momento di un primo allontanamento dalla curia, nel 1420, da Londra, in una lettera al Niccoli, registra le notizie di dif­ficoltà, anche economiche, che gli arrivano da Roma della vi­ta in curia, e annota la sua incertezza personale: se tornare « lì dove si fanno gli stentolini » o cercare qualche altra siste­mazione. Ma, e anche questo è molto interessante, le alterna­tive possibili, dice Poggio, sono soltanto «vel pueros docere, vel servire alicui domino, vel potius tyranno », o fare il mae­stro di grammatica, o mettersi al servizio di qualche signore o, per meglio dire, tiranno12. La scelta curiale diventa per gli uomini di cultura nel Quattrocento una scelta obbligata; an­che se occorre intendersi su questa definizione, perché lo stesso Poggio segnala come le alternative siano senza uscita. O il servizio presso le signorie italiane, ed è significativa que­sta equiparazione che Poggio esplicita tra signorie italiane e tirannide, la tirannia della vita a corte nel resto d’Italia, a fronte invece della vita in corte pontificia, e della libertà del­la vita in curia. Anche se poi, una volta tornato a Roma, Poggio non rinuncia, ad esempio, a indicarci le conseguenze disastrose del Giubileo del 1423, con Roma invasa da un di­luvio di « barbari », così li definisce, oppressa dal fetore e dalle epidemie causate da feci, sporcizia et pediculis13. Ma insieme, quasi contestualmente, racconta i vantaggi di una città dall’aria pulita, ricca di tutto fuorché di vino, tranquilla, non agitata da contrasti: « Summa hic pax, summa rerum tranquillitas »14 e i vantaggi di una curia, che non è giusto, dice nel 1425, giudicare in modo troppo negativo. È vero, ag­giunge, che molto potrebbe essere corretto, ma la situazione è un riflesso dei tempi, come per tante altre realtà. A Roma tutto diventa soltanto più evidente e arriva a conoscenza di tutti. Bracciolini coglie dall’interno il significato della corte di Roma: « Itaque cum reliquas curias quoque considero (consi­derando le altre corti) nihil video purum, nihil sincernm, nihil simplex ». Aggiunge inoltre che non tutti i vizi nascono in curia, ma spesso vi sono trasferiti. Ed ecco allora esplicitato il rapporto dialettico della corte e della curia di Roma con l’esterno, anche per quanto riguarda il vizio: la curia mette in evidenza i malvagi, più che cercarli, ed è l’insoddisfazione di quanti sono delusi nelle loro aspettative che amplifica una immagine negativa. Questo per indicare, anche all’interno di una riflessione critica sulla curia, l’insistenza sulla libertà della vita in curia. E da qui anche, come conseguenza quasi logica, la teorizzazione della curia, da parte di Poggio, come di una seconda patria15. Luogo il più celebre al mondo (è questo un topos, che si costruisce lungo tutto il Quattrocen­to), il più frequentato rispetto a tutti gli altri; dove si può avere la massima libertà, la libertà ad esempio di leggere con tranquillità Livio « in secretiori aula summi Pontificis, una cum egregiis quibusdam viris » 16; dove Poggio può essere in­formato sulle scoperte di nuove tradizioni di antichi testi; do­ve può trovare copisti per le sue necessità grafiche; anche se subito dopo aggiunge: luogo dove regna l’incertezza e la soli­tudine. È molto denso il rapporto complesso di Poggio con la curia, che è poi anche, in gran parte, il rapporto comune a tanti altri intellettuali in questo periodo. Rapporto che esplo­de nel momento in cui Poggio decide di allontanarsi definiti­vamente da Roma per ritirarsi prima a Firenze e poi in Val­darno. L’allontanamento da Roma e la riflessione su cosa ab­bia significato questo allontamento lo spinge a tracciare qua­si una autobiografia, ed è una autobiografia piena di amarez­za e di rimpianto: « ab adolescentia autem in curia quinqua­ginta annis sum educatus », ha vissuto in curia, e il termine educatus è ancora più pregnante: ha assimilato quanto era possibile assimilare dalla curia per cinquanta anni: « cuius moribus tamquam alterius patriae institutus ». La curia come seconda patria: «Non absque summa animi molestia et vete­rem amicorum consuetudinem et iam inveteratos mores, et diutius expertam libertatem reliqui », ha lasciato a Roma (tanto più significativo il confronto in quanto istituito con Fi­renze), ha lasciato in curia quella libertà che aveva sperimen­tato per tanti anni17. È proprio il tema della libertà, che è in questo caso l’autonomia dell’intellettuale, che riprende poi in tante altre occasioni; qualche volta venandolo di dispiacere per la decadenza della curia, altre volte invece, accentuandolo con l’accusa di un eccessivo aumento degli uffici curiali, altre ancora con il ricordo ribadito della curia come seconda patria e con il rimpianto di aver abbandonato quell’incarico: « ego quidem, ut de me profitear iam quintum et quadragesi­mum annum sum curiam Romanam secutus, lucro et questui operam honestam impendes », mentre in altre lettere il lucro si trasforma in una più ampia dignitas, personale e della fa­miglia; in curia è invecchiato « cum honore et dignita­tem »18. Ecco allora inserito un altro elemento: la curia è luogo anche economicamente vantaggioso, dove è possibile acquisire tranquillità di vita. Utile e onore sono i due termini che potremmo avere a guida per tanta parte del Quattrocen­to. È evidente che sono anche, in Bracciolini, riflessioni e rimpianti in margine a un tempo passato e irripetibile; così come è possibile cogliere nelle sue parole l’incapacità a capi­re la nuova diversa situazione curiale di metà secolo quando la curia si avvia ormai a diventare un organismo sempre più articolato e affollato, con nuovi uffici, soprattutto con perso­nale proveniente da ogni parte d’Italia e d’Europa e con la presenza di personaggi a lui non bene accetti. Solo negli ulti­mi anni, ormai in Toscana, Poggio contrappone, come giusti­ficazione alla sua scelta, un impegno tutto personale e fami­liare nel quale i momenti di libertà e serenità sono quelli dei colloqui con i morti. Affermazione quest’ultima che ricorre con frequenza quasi iterativa in alcune lettere tarde e che rinvia, ancora una volta, al rimpianto per la « antiqua scho­la » 19 che è insieme il vecchio consorzio di amici umanisti curiali, ma anche la scuola del grande passato.

Roma viene cercata per l’utile e per l’onore. Per lucro e per onore, come aveva detto Poggio. Perché la presenza della corte dà possibilità di guadagni a quanti cercano una siste­mazione, come era il caso di Bartolomeo Bayguera; a quanti lavorano in curia come Poggio; ai Romani che lamentano di essere esclusi dagli uffici curiali. Questo si coglie anche nei protocolli notarili, dove viene registrata quasi giornalmente, soprattutto nella seconda metà del Quattrocento, quando gli uffici diventano venali, la compravendita degli uffici curiali20.



Una testimonianza è quanto mai significativa. È Luigi Lotti che descrive a Bartolomeo Fonzio le difficoltà per avere una bolla e le lunghe discussioni per ottenere qualche rispar­mio, per averla a poco più sette ducati, quando ne chiedeva­no invece nove, dicendo che ne valeva dieci. Lotti annota « el conto particulare »: « ...per la supplicatione et reformatione et earum registratura... carlini 7 », all’abbreviatore « pro mi­nuta... ducati 1 », allo scrittore « ultra taxam videlicet pro scriptura et charta... carlini 5 »; per la prima visione carlini 1, « pro taxa scriptorum... ducati 7 e carlini 5 », per la tassa degli abbreviatori ducati 7; per i giannizzeri « pro officio eo­mm » due ducati e due carlini, e ancora un ducato per la lo­ro tassa pro annata; per la tassa per il piombo ducati 7; la tassa del registro ducati 7 e carlini 6; per la tassa per la regi­strazione ducati 7; per la registrazione della bolla carlini 5; per la obligatione in camera carlini 3. E ancora 20 ducati e 3 carlini alla Camera per il pagamento delle annate e per la quietanza, portavano in tutto il costo della bolla a 55 ducati e 3 carlini, che è somma notevole, e giustificava la riflessione del Lotti sugli anni che sarebbero passati prima che il Fonzio potesse recuperare quello che aveva speso: « considerata la spesa et pensione starete parecchi anni innanzi vegnate in sul vostro »21. Questa la realtà. L’immagine della corte è un’altra e vorrei in questo caso utilizzare un’iconografia ben nota, quella del­l’affresco di Melozzo da Forlì per l’apertura al pubblico della Biblioteca Vaticana. È un’immagine estremamente rarefatta, tutta proiettata in una atmosfera antiquaria, dove la corte è raffigurata in una struttura antica, con il pontefice Sisto IV circondato dai dignitari più prestigiosi, tutti sono suoi fami­liari, e con il Platina inginocchiato davanti a lui, che riceve la bolla di fondazione della Biblioteca22. Atmosfera rarefatta che trova in qualche modo un singolare contrasto, ma anche una parziale conferma, in quanto sentenzia un personaggio anonimo che definisce il significato di essere cortigiano a orio dei giovani, inferno di tutti, fatta una precoce consapevo­lezza di quello che deve essere lo statuto del cortigiano. Sia­mo agli inizi del Quattrocento, in anni molto lontani dal Cor­tigiano e in anni molto lontani dall’affresco: « Lo homo che usa in corte deve odir molto et responder poco, deve aver recchie de mercadante e grugno de porciello, et l’homo che magna pan de altri fora de casa soa deve fare ciò che se li comanda, fora tre cose furare et tradimento et cosa che di­spiaccia allo signore »23. Altri, di ambiente sicuramente di­verso, interpretava, alla metà del secolo, la condizione del cortigiano e interpretava anche una più diffusa coscienza dei romani, annotando sui margini di un manoscritto: «fate quello che deco’ li sacerdoti e non quello che loro fanno »24.

Sto seguendo una linea da una parte di curialità e dall’al­tra di anticurialità. Sono le due linee che avranno sviluppo alla fine del Quattrocento e nei primi decenni del Cinquecen­to e che porteranno, in area non italiana, e in parte in area italiana, alla Riforma. Nella tradizione dei cronisti municipali romani si annotano le cerimonie di Pasqua in San Pietro nel 1486 con la piazza piena di soldati e trasformata in un cam­po d’armi; si registra l’arrivo a Roma nel 1492 di nuove reli­quie: «lo santissimo ferro della lancia con la quale fu passa­to lo costato a nostro signore Iesu Cristo »; si conteggiano le indulgenze che i pellegrini lucravano a Roma: sette anni d’in­dulgenza per ciascuno dei ventinove gradini di San Pietro; si segnalano le proprietà magiche del sacro: il pilastro di Cristo proveniente dal Tempio di Salomone scaccia gli spiriti mali­gni, ed è quella stessa colonna che in quegli anni rappresen­tava il nucleo ideologico e formale della Flagellazione di Pie­tro della Francesca, e di altre iconografie. Non sorprende al­lora, all’interno dell’atteggiamento anticuriale, trovare ricor­dati i monasteri come lupanari e registrati i contrasti interni alla curia, anche se, in questo caso, la tensione polemica è tanto evidente e forte da spingerci a riequilibrare il giudizio. Dico questo per indicare che non è possibile leggere la corte di Roma, ad esempio, attraverso le parole di un cronista mu­nicipale come Stefano Infessura, esponente intransigente e polemico delle idee municipalistiche romane, ma è questo suo antipapalismo che spiega l’articolata situazione romana e chiarisce le diverse componenti, così come evidenzia le rea­zioni dei romani alla sottrazione degli uffici municipali dal naturale sorteggio per affidarli alla volontà del pontefice; sve­la il significato delle reazioni alla vendita simoniaca degli uf­fici di curia, alla concessione indiscriminata e strumentale della cittadinanza romana; spiega le reazioni contro il fiscali­smo dell’amministrazione pontificia, e contro guerre che so­no sentite come estranee25. È ancora una volta l’Infessura che racconta come la vita in curia trascorra « quotidie in sol­latiis et triumphis », con una voluta incomprensione dell’uti­lizzazione dell’apparato per quella che noi in termini moder­ni chiameremmo l’organizzazione del consenso. È l’Infessura a riflettere come la moralità dei sacerdoti e dei curiali sia ta­le « quod vix reperitur qui concubinam non retineat, vel sal­tem meretricem, ad laudem Dei et fidei christiane »; la sua polemica giunge a ricordarci che nei palazzi pontifici sono recitate commedie e tragedie «et quidem lascive », e anche questa è una voluta incomprensione di quella cultura umani­stica che è ormai patrimonio comune, e il cronista finge di non sapere che i testi rappresentati sono le commedie e le tragedie antiche 26. Ma è anche in questa città che si teorizza l’eccellenza della corte: ad esempio nel De curiae commodis Lapo da Castiglionchio il giovane propone i vantaggi della curia e come modello l’accademia ateniense; difende quanti vivono in curia caste atque integre, e riconosce che la corru­zione che vi dilaga e le colpe che travolgono tutti sono patri­monio comune di questa età 27. È Giannozzo Manetti che a metà del secolo teorizza che in corte di Roma « si trovano tutti i singolari uomini che avevano i Cristiani », ancora una volta proponendo la centralità di Roma e della sua corte. Ed è a Roma che per la prima volta si articola la riflessione più profonda sulla storia, sul passato e sul presente, sulle pro­spettive del futuro 28. Strettamente correlato a questa rifles­sione, in un rapporto non di dipendenza, ma dialettico, è il confronto tra laici ed ecclesiastici, tra mondo cristiano e bar­baritas, se si vuole una continuazione o un anticipo della querelle tra antichi e moderni, che viene però verificato su piani diversi da quelli della semplice affermazione della supe­riorità dell’intellettuale. Tutto questo avviene in una società dove si cerca una sintesi tra rappresentazione collettiva ed elaborazione individuale, tra interessi privati e tensione poli­tica, tra programma di governo e prospettive di promozione sociale della propria famiglia (gli esempi delle dinastie curiali hanno senso anche per questo). E dove contestualmente si torna a proporre la figura di Cristo come unicutn virtutis exemplar e si attribuisce nuovamente al pontefice l’immagine di rex imperator.

Negli stessi anni in Europa ha diffusione un dialogo in cui il giovane Pilade viene a Roma per vedere la città e per ottenere una bolla per un qualche beneficio. Torniamo alla linea anticuriale. È una satira violenta contro la curia roma­na, introdotta ancora una volta da un sogno29.

Si immagina in questo caso, ed è inutile ricordare la tra­dizione, una selva abitata da fiere mostruose, in cui si sperde un amico di Pilade. Nella selva lupi rapaci mangiano, deglu­tiunt, coloro che passano. Né vi è alcuno, per quanto veloce, anche veloce come cervo, che riesca a evitare le fauci rapaci dei lupi. Fosse anche Teseo, fosse anche Ercole fortissimo, nessuno riesce a salvarsi da questi mostri infernali: « Silvam qua venio latissimam quedam horrende fere inhabitant, cor­poribus quidem perhumane, intus autem lupina rapacitate sevientes, que pretereuntes deglutiunt »30. La selva è Ro­ma, ormai completamente identificata con l’immagine negati­va della corte e della curia. Racconta l’autore, infatti, subito di seguito, il suo sforzo per avere un documento in curia e sembra quasi di ripercorrere la lettera del Lotti a Bartolomeo Fonzio. Entrato: « confestim novam predam intuentes lupi fa­melici in eornm speluncam cecidisse, parte qua lanam ovis discerperent avisarunt. Nec momenta duo effluxerunt, et ecce duo ex illis quasi ceteris famulantes latus utrumque ambien­tes me antrum in unum detruserunt, quo ante presidentis fe­re tribunal effrenate vellerum suorum oves vidi pati divorcia. Ibi tot a me satelittes presidentis abstulere spolia, quod mini­mum posteris reliquerunt.

Unus decernebat, alii inscribebant, alii prede avidissimi ferventer mee spoliacionis procurabant sententiam ». Mi spo­gliano, mi depredano tanto da lasciare poco per gli altri; uno guardava, altri scrivevano, altri avidissimi si buttavano sulle mie spoglie per darmi il documento31. Quindi così rasato passo a un altro gruppo di lupi: « quo nefandissima usura pellem vividam pro membrana martiri commutare coactus martiris ad instar pellem propriam exutus sum ». La satira è costruita sul gioco delle parole; la pergamena del documento è la pelle del richiedente, martirizzato dalle pretese venali dei curiali, a recuperare momenti di tradizione antica, precedenti anche ad Avignone: « Deinceps sic tonso vellere ad alium ma­gis ferorum specum luporum minatus sum, quo nephandissi­ma usura pellem vividam pro membrana martiri commutare coactus martiris ad instar pellem propriam exutus sum . La violenta invettiva si conclude con quest’immagine: « Est certe romana curia latronum spelunca, simonie trapezetum (giardi­no della simonia), aula superbie, gule sepulchrum, luxurie pa­lus cunctorumque malorum congeries... »32.

Su questi temi si articola l’immaginario collettivo. Nel 1495 si racconta come un’inondazione travolgesse Roma e riempisse d’acqua tutta la città; quando la piena si ritirò fu trovato sulle rive del Tevere, tra Castello, che è il centro del potere militare della città, e Tor di Nona che sono le carceri della città, un animale mostruoso. Chi racconta è un veneto:

« È sta’ trovà in Roma, el mese presente de Zener, da puo’ che ‘1 Tevere è calao, su la riva del fiume, un mostro che par che abia la testa d’aseno, con le rechie longhe, e ‘1 corpo de femena humana; el brazzo zanco de forma humana, el destro ha in cima un muso de elefante; da drio, in la parte poste­rior, un viso da vechio, con la barba de forma humana; ghesce per la coa un colo longo con una testa de serpe, con la boca averta; el pe’ destro de aquila con le griffe, el pe’ zanco de bo’; le gambe dalla pianta in su, con tutta la persona squamosa, a similitudine di pesce”33. È l’immaginario, un immaginario con forti tensioni politiche e religiose, un im­maginario fortemente polemico, che torna a dominare Roma e che trova immediatamente riscontro nelle xilografie che si diffondono per l’Europa. Il testo scritto, raccontato, trova un immediato equivalente in iconografie contemporanee. Su Ca­stello sventola il vessillo pontificio con le chiavi incrociate della Camera apostolica, emblema di fiscalismo e di potere temporale; ancora più opprimente è la squadrata figura di Tor di Nona. Sembra così anche realizzato il sogno di Barto­lomeo Bayguera dal quale avevo iniziato. La città è rappre­sentata come un mostro squamoso, ermafrodito, con la coda setolosa e velenosa (simbolo fallico la coda, della tentazione il serpente), con un piede ungulato (la ferocia devastante), e l’altro aquilino (l’Anticristo), con la mano destra ridotta a un moncherino, con la testa di asino (l’ignoranza), sul dorso una maschera diabolica e grottesca, come quelle che ormai deco­ravano stipiti di chiese e festoni di palazzi. La lupa ha acqui­stato tutti gli attributi di Satana e Roma torna a essere Babi­lonia34. Sono gli stessi temi che addenseranno le pagine vio­lente di Lutero e Melantone, ma che troveranno fortuna an­che a Roma e in Italia. Roma è, e siamo al 1527, l’anno del Sacco della città, di nuovo « orfana città »; la città che aveva favorito la teorizzazione della duplex patria, che era stata pri­ma communis patria, torna a essere una città orfana. Nella Lozana Andalusa, testo quanto mai suggestivo e quanto mai segnato da fortissimo anticurialismo, si teorizza Roma come meretrix et concubina peregrinorum, trionfo dei ricchi, paradi­so delle puttane, purgatorio dei giovani, inferno di tutti, fati­ca delle bestie, illusione dei poveri, covo dei furfanti, non per nulla si dice Roma Babilonia35.

Esistono quindi due linee diverse di lettura di questa real­tà di corte, linee nettamente divaricanti e contrapposte. Al­l’interno sta l’articolata realtà della corte di Roma, che per­metteva a personaggi come Alessandro Geraldini di percorre­re il nuovo mondo. E riflettiamo ancora una volta sulla for­mazione di Alessandro: anche in lui, sul modello di Angelo, una cultura giuridica mescidata a una cultura fortemente umanistica, che gli permetterà di arrivare nelle terre da poco scoperte e di pensare, dettare versi latini, come omaggio alla madre, e progettare di porre quei versi nell’isola Graziosa e poi realizzare un’epigrafe, in cui credo si attui completamen­te il valore simbolico della scrittura. Versi in esametri proiet­tati su di una nuova realtà, di segno totalmente diverso, a in­dicare le traiettorie quasi infinite della nuova cultura che si èformata a Roma, nel Quattrocento e nei primi anni del Cinquecento36.

RITA CHIACCHELLA



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