MigraçÕes na



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La crisi morde anche le briciole: in calo le rimesse dei migranti


2mila miliardi di dollari la ricchezza prodotta dal lavoro emigrato. Ma ora diminuisce. L'economia globale trema anche per questo - Gabriella Mercadini - Giuliano Capecelatro

La crescita è andata avanti in tutto il mondo per un decennio, a un ritmo medio del 17%. Il picco si è toccato nel 2007: 337 miliardi di dollari, più o meno 260 miliardi di euro; quasi il doppio rispetto al 2002. Lo scorso anno, una prima battuta d'arresto. Le cifre non sono ancora definitive; ma dovrebbero arrestarsi intorno ai 283 miliardi di dollari, circa 221 miliardi di euro.

Per il 2009 le previsioni tendono ancora al ribasso. Le rimesse dei migranti, cioè i soldi che i lavoratori stranieri spediscono a casa, alle famiglie di origine, dovrebbero scendere tra l'1 e il 6%. Stima che manderà in brodo di giuggiole qualche leghista avvinazzato, ulteriormente inebriato dalle concioni farneticanti dei suoi capi, ma che mettono in allarme gli esperti degli organismi economici internazionali.

Perché questi sanno benissimo che non solo il denaro non ha odore, ma non ha nessun colore di pelle né caratteristica etnica. E quelle rimesse sono un indicatore prezioso dello stato di salute del mondo globalizzato. Se cominciano a calare in maniera vistosa, stanno avvisando che la situazione è più critica di quanto non si creda. A riprova del fatto che gli ultimi nella scala sociale, gli anelli terminali di una catena di sfruttamento che l'economia globale non ha per niente espunto, sono fondamentali nel mandare avanti il mondo.

Duecento milioni sono i migranti. Una nazione di grandi dimensioni (gli Usa hanno 300 milioni di abitanti, la Russia si ferma a 150 milioni). Ma polverizzata, sparpagliata per il mondo. Duecento milioni di persone che hanno per denominatore comune la lontananza dalle case. Popolo nomade per necessità esistenziale, che si muove sulle rotte del benessere. In una diaspora incessante che li mette in marcia verso l'Eldorado, il mondo sviluppato che con sguardo arcigno, e ricorrenti malvagità, concede loro di raccattare le briciole.

Ma le briciole, messe assieme, sono tutt'altro che un'inezia. Rappresentano, anzi, una quota non disprezzabile della ricchezza mondiale; e giocano un ruolo di rilievo nel complesso, e perverso, mosaico dell'economia globale. Arrivate a destina- zione, danno ossigeno ad una domanda stagnante; vengono usate per l'acquisto di beni primari: cibo, vestiario, farmaci, l'affitto e nei casi più fortunati l'acquisto di una casa; per consentire ai più giovani di andare avanti negli studi; e, quando è possibile, confluiscono in piccoli investimenti. A conti fatti, le rimesse risultano superiori agli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) distribuiti dai paesi industrializzati, che la recessione ridimensiona, e degli investimenti diretti.

Il primo risultato è che diminuisce il numero di quanti vivono sotto la soglia ufficiale della povertà. I riscontri più significativi vengono dall'Uganda, con l'11%, dal Bangladesh, il 6%, e dal Ghana, il 5%. Un meccanismo lapalissiano: le rimesse stimolano una microeconomia che alimenta e irrobustisce macroeconomie depresse. E spesso si stagliano in primissimo piano nella vetrina del Pil, il prodotto interno lordo: nell' Honduras ne rappresentano addirittura il 25%; ad Haiti il 20%; nel Salvador il 18%, e in Bangladesh il 10%.

Nei giorni scorsi, sul quotidiano Le Monde, l'economista francese Jean Paul Fitoussi, socialisteggiante ma non certo un barricadero, elencava alcuni aspetti salienti del mondo globaliz- zato, «oscenità della miseria, esplosione delle ineguaglianze, degrado ambientale» e metteva in discussione «l'autonomia dell'economia» un'«illu- sione, come la sua capacità di autoregolarsi», di cui è triste testimone «la mondializzazione della povertà».

Duecento milioni vuol dire che un essere umano su trenta è un migrante. Cioè povero al punto che preferisce cambiare aria. Specchio di un «mondo in movimento… nel desiderio di migliorare le proprie condizioni economiche», puntualizzava con buona dose di ovvietà l'Oim (Organizzazione mondiale per le migrazioni) in uno degli ultimi rapporti. Le terre promesse sono quelle in cui riluce il miraggio dell'abbondanza. Gli emirati arabi. Gli Stati Uniti. La Russia del capitalismo selvaggio post-comunista.

E l'Europa. Dove gli immigrati sfiorano i cinquanta milioni, secondo i calcoli della Caritas, vigile e attiva su questo fronte. Tanto da potersi permettere di fare le pulci all'Istat. Che, per il 2007, aveva numerato 3.433.000 immigrati in Italia. Ma il XVIII rapporto Caritas Migrantes innalzava la quota dei regolari a quasi 4 milioni, il 6,7% della popolazione complessiva, perché includeva anche quanti sono in attesa di residenza. Moltissime le donne. Badanti, baby-sitter. Colf. Ingaggiate spesso in nero. Con retribuzioni nettamente inferiori ai livelli contrattuali; la regola non scritta è 500 euro mensili per 25 ore di lavoro settimanali, che in realtà sono per lo meno il doppio.

Quei quattro milioni ufficiali di immigrati hanno fatto partire per i loro paesi, sempre nel 2007, la bellezza di oltre sei miliardi di euro sotto forma di rimesse. Somma che potrebbe gettare nello sgomento chi veda nei bengalesi, nei romeni, nei cinesi, dei protervi usurpatori di diritti inalienabili. Ma che fa fregare le mani di soddisfazione agli operatori finanziari. Perché quei sei miliardi rappresentano una piccola parte, più o meno un sesto, di quanto gli immigrati producono con il loro lavoro. La prima considerazione è che già nel 2006, è sempre il benemerito rapporto di Caritas Migrantes a fornire l'informazione, quei lavoratori stranieri avevano deposto nelle casse dello stato «3 miliardi e 749 miliardi di euro, dei quali 3,1 miliardi solo per il versamento Irpef». Certo, non riusciranno a tappare le falle aperte dall'evasione fiscale, in cui gli italiani si dimostrano provetti, ma è innegabile che diano una mano provvidenziale a un erario bistrattato.

Al netto delle rimesse, in Italia- e il discorso vale in egual misura per gli altri paesi- resta più dell' 80% di quello che gli immigrati guadagnano. Ripartito tra spese personali, e quindi di sostegno alla domanda, in una misura che si aggira sul 60%, e risparmio, che assorbe all'incirca il 20% dei guadagni; per la felicità delle banche, peraltro subito pronte a fare la faccia feroce quando un lavoratore straniero chiede di aprire i rubinetti del credito.

Trasferite su scala mondiale le percentuali italiane, si arriva a cifre che farebbero rimanere di sasso anche un leghista, per quanto avvinazzato: il reddito mondiale scaturito dal lavoro degli immigrati vola verso i duemila miliardi di dollari. Defalcata la quota destinata alle rimesse, gli immigrati mettono in circolo nei paesi che li ospitano oltre millecinquecento miliardi di dollari. In parole povere, producono ricchezza. E il rassicurante benessere in cui si crogiolavano fino a pochi mesi fa i paesi cosiddetti ricchi poggia in non piccola parte sulle loro spalle.

Paesi ricchi che mai si mostrano generosi. Anzi, considerano anche le rimesse una ghiotta occa- sione di business. Mandare denaro a casa costa. Le tariffe applicate dalle varie agenzie di money transfer , il trasferimento di soldi da paese a paese, certo in nome delle superiori leggi della domanda e dell'offerta, sono decisamente esose. Né le banche ci vanno leggere con i costi dei bonifici.

E mentre i paesi benestanti si affannano ad elevare barriere sempre più impervie, prospera l'industria fiorita sulla migrazione clandestina. Il rapporto del 2003 dell'Oim aveva stabilito in 10 miliardi di dollari il giro d'affari dello smuggling , le organizzazioni illegali che si occupano di trasportare nel mondo decine e decine di migliaia di braccia, a parole indesiderate. Facile immaginare che, nel tempo trascorso, la cifra si sia almeno quintuplicata. Con l'ausilio determinante di isteriche politiche restrittive.

Il vento della crisi, però, soffia anche sul popolo dei migranti. Riduce le loro possibilità, almeno quelle che passano per i canali ufficiali. Le rimesse cominciano a contrarsi. In qualche paese si avvertono i primi scricchiolii. Nel dicembre scorso, il Messico ha dovuto registrare una riduzione di afflussi monetari del 10%. Il Guatemala, i dati valgono per l'ultimo trimestre del 2008, dell'8%.

I primi ad entrare in agitazione sono proprio i paesi sviluppati. In una recente riunione del Cnuced (Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo) si sono adombrate «conseguenze gravi» al restringimento delle rimesse. Un balzo in avanti dei livelli di povertà, depressioni economiche a catena per la caduta del consumo dei generi di prima necessità. A dicembre, da Bruxelles, è stata varata sotto la bandiera della Fiera delle conoscenze un'azione congiunta tra Unione europea e Nazioni unite di lotta contro la miseria nei paesi poveri. E tutti inneggiano alle rimesse, fattore stragico in una prospettiva di sviluppo.

Ancora Fitoussi. Che propugnava la necessità di «restituire etica al capitalismo», dando più spazio alla volontà politica e regolando i mercati. Certo l'etica, quando ci sia, fa sempre bene. Resta il dubbio se sia compatibile col meccanismo stesso del capitalismo. L'irriducibile nocciolo competitivo. Che sembra generare naturalmente ineguaglianze, ingiustizie. Stranieri. Migranti. E conferma la drammatica attualità non solo di certe analisi di Karl Marx, ma anche delle parole di un pretaccio brutto e cattivo, don Lorenzo Milani, che tra i primi avvertì il vento del '68 e proclamava: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri».

Fonte: www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=11320 - 11.03.2009




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